I
cinesi vogliono comprare di tutto e di più. I negozi possono
moltiplicarsi
Soddisfatte le necessità della tavola, è ora ai comfort
della casa e allo stile dell’abbigliamento e dei gioielli
che i cinesi sono più interessati. Il gusto dello shopping
incalza, mentre si moltiplicano i punti vendita, non solo
nella floridissima Shanghai o nell’opulento Guangdong, ma
anche nella capitale Beijing e nelle altre città cinesi oggi
in pieno sviluppo. Vaste le possibilità per i brand
stranieri, che, beneficiando delle liberalizzazioni
conseguenti all’ingresso della Cina nell’Organizzazione
Mondiale per il Commercio, possono oggi proporsi con più
disinvoltura sia negli ipermercati a vocazione nazionale sia
nelle grandi catene distributive occidentali, impegnate a
consolidare ed estendere progressivamente le proprie radici
in tutto il paese.
La vivacità dei movimenti nel
settore rispecchia la complessità di un commercio in piena
espansione, a cui portano acqua anche i crescenti redditi
della classe media urbana e un benessere che si sta
diffondendo a macchia d’olio su tutto il territorio. Un solo
dato può fornirne l’emblematico esempio: se nel ’92 a
Beijing il complesso delle vendite non riusciva a toccare i
5 miliardi di dollari, oggi la cifra è da moltiplicare per
otto. Su tutto il territorio il volume del retail si avvia
ora a oltrepassare il miliardo di miliardi di dollari
statunitensi.
Un’opportunità da cogliere e sfruttare. Essere oggi in
questa terra fervida di affari diventa una priorità
assoluta: una chance unica per imporsi da protagonisti sul
mercato e per garantirsi il massimo dei risultati. Per
consolidare il business di oggi e di domani.
Cento vetrine, mille prodotti
In quindici anni di passi ne sono stati fatti parecchi.
Passi che dopo il 2001 – cruciale anno di ingresso
nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio – sono
diventati salti veri e propri. Prima di allora un marchio
straniero che osasse affacciarsi sul mercato doveva fare i
conti con una rigida rete di negozi di stato, ciascuno
votato a poche categorie merceologiche e con minimi margini
di innovazione. Ogni progetto doveva essere sottoposto al
severo vaglio delle autorità, con conseguenti costi e
ritardi. Oggi, anche grazie alla lezione rappresentata dai
più flessibili sistemi di distribuzione provenienti
dall’Europa e dagli States, anche le vetrine di proprietà
cinese offrono estese varietà di articoli e soprattutto
mostrano di aver fatto propri i concetti cari agli
occidentali di merchandising e di costumer care. Quanto ai
vincoli di stato, ormai protocolli e regolamenti sono
improntati alla massima libertà. E mentre i tempi per
ottenere le licenze sono ormai ben più rapidi delle medie
europee, si moltiplicano anche le possibilità di incentivi
all’investimento e di agevolazioni fiscali, soprattutto in
particolari zone caratterizzate da un più rapido sviluppo.
Al di là delle pur ovvie considerazioni sul prezzo,
subentrano nei consumatori cinesi altri criteri che
orientano le scelte di acquisto: assortimento, ampiezza,
eleganza e originalità del negozio, livello dei servizi
prima, durante e dopo la vendita. Su questo terreno,
l’esperienza occidentale fa scuola. Forte della sua storia e
della sua cultura specifica, l’imprenditore europeo ha tutto
lo spazio per muoversi e imporsi anche con una certa
aggressività in tutti i settori di consumo: dalle specialità
culinarie, ai vini, dall’abbigliamento di alta moda, agli
accessori ai gioielli, dagli arredamenti e oggetti di design
alle auto di lusso, dagli elettrodomestici all’high-tech.
Concorrenza e promozioni
Poco importa che si tratti di
supermercati o farmacie, di negozi di computer o di
boutique, di attività di e-commerce, di servizi finanziari o
di centri turistici. Ampia è in ogni caso la facoltà di
scelta anche sui possibili tipi di investimento da avviare:
catene di rivendite a totale capitale straniero,
franchising, joint-venture con controparti locali. Il
panorama del retail si presenta piuttosto articolato e anche
sofisticato. Una città come Beijing non ha più nulla da
invidiare ad altri importanti centri orientali, già storiche
mete per gli acquisti, come Tokio o Hong Kong.
Se la scelta si amplia a dismisura, la concorrenza, com’è
ovvio, incalza. Diventa centrale nel contesto la strategia
promozionale vincente, un campo su cui si appuntano gli
sforzi anche degli imprenditori stranieri. Per centrare il
bersaglio di profitti soddisfacenti il marketing mix, seppur
a misura della mentalità orientale, deve risultare
particolarmente curato. E più che alla costosa televisione,
è alle campagne di vendita interne ai negozi che deve
puntare l’investitore. La “trappola” scatta davanti allo
scaffale: qui il consumatore va colpito al cuore, allo
stomaco e alla testa con incentivi, sconti, offerte speciali
e concorsi. Tutto mentre a un buon sistema di valutazione
vengono demandati misurazione e controllo dell’efficacia
dell’intera operazione. Nonché le eventuali azioni
correttive.
Libertà di scelta
Oggi la maggior parte dei
brand mira soprattutto a catturare interesse e fedeltà dei
15 milioni di cinesi benestanti, coloro i cui guadagni
annuali si aggirano sui 32 mila dollari. E tuttavia la
fascia degli appartenenti alla classe media è ancora
destinata ad allargarsi. I consumi sono di conseguenza
avviati verso aumenti esponenziali. I cinesi vogliono essere
sempre più protagonisti dei propri acquisti: il business ha
davanti a sé ampie prospettive.
(Dicembre 2007 ©)
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