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Alla Cina il primato delle riserve straniere |
Ma ora la bilancia economica va
tenuta sotto più stretto controllo
La Cina calamita le ricchezze straniere. Con i suoi 853
miliardi e 700 milioni di dollari di riserve valutarie
straniere, ormai da alcuni mesi la tigre asiatica ha
strappato il primato allo stesso Giappone. Il fenomeno è un
indubbio indicatore della forza acquisita dalla Cina,
protagonista di una crescita soprattutto negli ultimi anni
impetuosa e sempre orientata all’export. Ma non mancano i
problemi. Gli interrogativi riguardano innanzitutto
l’efficace impiego di tali capitali, ma anche il controllo
delle tensioni interne ed esterne cui può essere sottoposta
la bilancia economica. Tutto a non voler considerare il
rischio di frequenti ondate speculative che potrebbero
scuotere in profondità lo stesso sistema finanziario.
Secondo gli economisti
riserve per 400 miliardi di dollari, la soglia toccata in
Cina due anni fa, rappresentano la giusta misura di denaro
per tenere sotto controllo i tassi di cambio e il capitale.
L’imperativo è ora abbassare
l’attuale livello degli accantonamenti, per assestarsi su
standard che garantiscano benefici e calmierino
l’inflazione. Una questione che accende il dibattito ben
oltre i confini della vasta nazione. Quattro le strade
possibili: spese o investimenti dei capitali stranieri,
graduale liberalizzazione, diversificazione delle riserve
straniere o un riassorbimento dei titoli in valuta
straniera. Le misure non sono l’una alternativa all’altra e
possono anche essere assunte in combinazione. Per esempio la
spesa può essere connessa a liberalizzazioni estese ma
graduali, così da lasciare il tempo ai mercati finanziari di
adattarsi alla situazione e ai loro attori di comportarsi di
conseguenza, variando senza rischi, il proprio portafoglio.
Apprezzamenti graduali per lo yuan
Legali e legislatori
stranieri, nella fattispecie statunitensi, premono su
Beijing per soluzioni drastiche all’eccesso di riserve: un
apprezzamento dello yuan, che avrebbe, ai loro occhi, il non
secondario merito di ridurre il deficit commerciale Usa nei
confronti della Cina. Tuttavia su questo punto Zhou
Xiaochuan, governatore della Banca popolare cinese, è
sempre stato chiaro.
Il Governo cinese continua a ritenere che una repentina
rivalutazione della propria divisa non inciderebbe troppo
sulle pur consistenti riserve di valuta straniera, mentre al
contrario potrebbe compromettere l’ancor fluido sistema
finanziario e ripercuotersi anche sulle politiche del
lavoro.
Paese dall’economia “emergente”
e ancora in transizione, la Cina nel corso dei vistosi
processi di riforma ha sicuramente tratto vantaggio
dall’accumulazione di riserve valutarie straniere, che hanno
incoraggiato i commerci e attirato investimenti. Tuttavia
l’eccessiva rapidità del processo potrebbe provocare vistosi
squilibri sulla bilancia dei pagamenti. Scompensi che il
Governo intende scongiurare.
Da che la Cina ha sganciato
l’andamento della propria valuta da quello del dollaro, nel
luglio del 2005, lo yuan è stato da subito rivalutato del
2.1 per cento e poi
via via di un punto percentuale all’anno. In questo periodo
le imprese cinesi hanno ben tenuto testa alle fluttuazioni
dei cambi. Per questo le autorità di governo hanno ragione
di credere che sarà lo stesso mercato ad assumere una
funzione stabilizzatrice. Per contro, qualsiasi ulteriore
provvedimento sul regime dei cambi sarà accompagnato da
interventi di politica economica, volti a contenere le
quantità delle riserve straniere.
Spese intelligenti
Dove destinare le risorse? Gli economisti cinesi hanno
prospettato alcuni percorsi. Per esempio impieghi di
capitali stranieri per importazioni di petrolio e di altre
materie prime essenziali, o per acquisti di alta tecnologia
o ancora per investimenti in settori chiave all’estero. La
misura deve però essere attentamente valutata anche per le
possibili ripercussioni sul fronte della liquidità.
Una graduale liberalizzazione
dei capitali potrebbe invece esporre alle incognite delle
ondate speculative internazionali. E le pur ingenti riserve
potrebbero, nell’eventualità di picchi di domanda, rivelarsi
insufficienti.
Quanto alla strada delle
diversificazioni, la Cina potrebbe sempre convertire i
propri titoli statunitensi in obbligazioni europee o
asiatiche; cosa che indebolirebbe tra l’altro la valuta
statunitense. E tuttavia è tradizionalmente proprio alle
riserve straniere che si ricorre per i pagamenti
internazionali ed è di fatto il dollaro la valuta più
utilizzata dalla Cina per le sue transazioni con l’estero
perché è tuttora con gli States che avvengono i maggiori
scambi. Inoltre la liquidità è uno dei principali parametri
presi in considerazione dalla banca centrale per decidere la
provenienza delle principali riserve in valuta straniera. E
a tutt’oggi la divisa da questo punto di vista più indicata
è ancora quella statunitense.
Più accesso alle divise
straniere
La risposta definitiva al problema potrebbe consistere in un
mix di provvedimenti. Lasciare, come già avviene nelle
economie occidentali, a società e privati un maggior accesso
alle valute straniere e mettere a punto sufficienti
strumenti di protezione da eventuali fluttuazioni, come
garanzie e derivati finanziari. L’opzione, affiancata magari
a una graduale liberalizzazione, potrebbe allentare le
pressioni sulla banca centrale, incoraggiare i flussi di
denaro verso i mercati stranieri e sbarrare finalmente la
strada alle speculazioni. La bilancia economica sarebbe
salvaguardata e i rischi scongiurati.
(Dicembre 2007
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