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HONG
KONG SEMPRE PIU' VICINA |
L’importante centro finanziario verso la piena integrazione
con la Cina
Hong Kong e Beijing sono sempre più vicine. E forse non
saranno più necessari cinquant’anni previsti dagli esperti
per vedere la piena integrazione monetaria tra la ex colonia
britannica e la madrepatria. A dieci anni dal distacco da
Londra e dal rientro in Cina come
zona
amministrativa speciale, l’importantissimo centro
finanziario e commerciale si avvicina sempre più
all’economia della sua terra. Tanto che la soluzione a suo
tempo individuata di mantenere autonoma, almeno sul fronte
del business, la penisola della costa sudorientale cinese
pare oggi stesso superata. “Un paese, due sistemi”, la
sintetica formula coniata per definire e limitare lo storico
aggancio del 1997, è sempre più messa in dubbio.
Tanto che si è provato
persino a immaginare fin da oggi uno scenario di piena
convergenza, anche monetaria:
bandito il dollaro di Hong Kong, solo flussi di
renminbi. Il risultato? Poco accademicamente, si è
constatato che è lo stesso mercato a unire le due realtà. E
poco importa se le divise e i sistemi monetari sono
separati. Tra le due economie c’è di fatto un’osmosi
profonda.
All’ombra di Beijing
A oggi Hong Kong può contare
su una propria autorità monetaria –
l’Istituto dei cambi di Hong
Kong, o in cinese
香港金融管理局
– del tutto indipendente dalla Banca popolare cinese
e, con la sua moneta – il
dollaro di Hong Kong –
sviluppa la propria politica finanziaria in assoluta
indipendenza. Una misura che dieci anni fa pareva
imprescindibile per salvaguardare il business della
zona, ma che oggi,
alla luce dell’esponenziale sviluppo cinese e delle sue
sempre più ampie aperture al mercato, può parere immotivata.
Considerata un tempo l’unica “finestra” aperta sul mondo per
la Cina, ora Hong Kong può venire anzi oscurata dall’ombra
della gigantesca madrepatria, mentre gli ostacoli alla piena
integrazione possono diventare un boomerang per la sua
stessa economia.
Una zona di libero scambio
Sul fronte commerciale si
moltiplicano in realtà i passi verso una compiuta fusione.
Da tre anni è in vigore l’accordo di libero scambio
CEPA (Closer Economic
Partnership Arrangement), che, grazie anche a un sistema di
progressivi aggiornamenti, gli ultimi dei quali entrati in
vigore in questi giorni, prevede condizioni di particolare
favore a lungo termine per le imprese di Hong Kong rispetto
a quelle di altri paesi. Innanzitutto facilitazioni alla
frontiera: e cioè il passaggio del cento per cento della
merce destinata all’export senza alcuna imposizione di dazi
doganali, nonché un sistema più flessibile di visti per i
turisti che in gruppo o individualmente siano diretti nella
madrepatria. Quindi accessi preferenziali a tutta una serie
di servizi –
finanziari, bancari,
assicurativi, relativi alle telecomunicazioni, di consulenza
manageriale, commerciali, turistici, culturali, medicali e
per la salute, sociali e per la sicurezza
–
e a pacchetti promozionali. Infine trattamenti di riguardo
per le imprese manifatturiere, le cui produzioni,
caratterizzate anche soltanto da un 30 per cento di valore
aggiunto, possono comunque godere di tutti i vantaggi
contemplati nel trattato.
Quanto alla vera
e propria integrazione monetaria, ostacoli in linea di
principio non ci sono. Ed entrambe le parti in causa
potrebbero, nel caso, godere di indubbi benefici in termini
di eliminazione dei costi sulle transazioni e di piena
convergenza dei prezzi; fattori che in ultima analisi
incidono anche sull’inflazione. Sennonché, data anche la
diversità di dimensioni, Hong Kong dovrebbe a questo punto
delegare quanto rimane della sua sovranità economica alla
Cina e perdere così il suo statuto privilegiato. Tutto senza
sapere quali e quanti vantaggi avrebbe come contropartita
alla rinuncia.
La forza del renminbi
Tra Cina e Hong Kong i cicli
economici sono davvero così sincronizzati? Questa è la vera
domanda da porsi. Sul fronte dei consumi e degli
investimenti, i legami tra le due aree si stanno facendo
indubbiamente più tenaci. E tuttavia ancora non giustificano
una piena integrazione dei cicli economici.
La risposta sta
nel mezzo: ovvero nel dinamismo del mercato e nella sempre
maggiore flessibilità del renminbi, moneta che si sta in
ogni caso imponendo sullo scenario degli scambi
internazionali. Sempre più accettata a Hong Kong come nel
resto del mondo, la divisa cinese potrà solo tra pochi anni,
non in virtù di leggi, ma con la forza dei suoi argomenti
finanziari, divenire protagonista sull’intera area. E la
stessa ex colonia britannica potrebbe essere indotta a
chiedere di agganciarvisi o di stringere un accordo di
convertibilità, sulla falsariga di quello già sottoscritto
con Singapore e con il Brunei. A quel punto il riferimento
non sarà un’unica divisa, ma un paniere di monete, che
include il dollaro e renminbi. Di fatto una fusione..
(Ottobre 2007 ©) |